Ripensare l’antimafia

Certe volte è questione di semantica, di utilizzo dei termini appropriati. Oggi a Roma si entra nel vivo del convegno annuale promosso da Libera, Contromafie, e Don Luigi Ciotti, uno dei simboli contemporanei della lotta alle mafie, afferma che non si deve più abusare del termine

Ripensare l’antimafia – Le inchieste di Daniele Biacchessi
“antimafia”, perché solo in questo modo è possibile smascherare chi sopra questa parola si è costruito una falsa reputazione, una sorta di verginità istituzionale e politica. In sostanza, il ragionamento di Don Ciotti è questo: schierarsi contro la mafia dovrebbe essere un fatto di coscienza, un profondo impegno civile, una scelta di campo che non ammette opacità, non una carta d’identità da appiccicarsi addosso. Ciotti riprende certamente il concetto lanciato dallo scrittore Leonardo Sciascia nel celebre articolo del 10 gennaio 1987 sulle pagine del Corriere della Sera, in cui criticò aspramente quelli che aveva definito “i professionisti dell’antimafia”. Ma Ciotti guarda avanti e rende il pensiero di Sciascia ancora più moderno e si chiede: quanti uomini delle istituzioni e del mondo politico possono dirsi veramente portatori di una cultura antimafia?
Un’altra parola abusata è legalità, diventata sostenibile e malleabile a seconda delle convenienze.
Antimafia e legalità, quindi potranno essere concetti ancora attuali solo se istituzioni e politica traducessero il significato vero di queste parole in fatti concreti. Forse, come sostiene oggi Don Ciotti, questi vecchi termini andrebbero sostituti con responsabilità: sembra semplice, ma è la parola più impegnativa e basterebbe da sola a cambiare le cose davvero.

di Daniele Biacchessi su Il Sole 24 Ore

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